La festa del 2 Novembre. Rievocazione storica

***Audio: Requiem aeternam***

« L’eterno riposo dona loro, Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Si innalzi un inno a te, o Dio, in Sion, a te si sciolga il voto in Gerusalemme; esaudisci la mia preghiera, a te viene ogni mortale. »

Quante volte abbiamo, purtroppo, sentito queste parole recitate da un sacerdote sulla bara di una persona cara defunta. Molti dei riti cristiani legati alla morte e in particolare uno, la celebrazione di tutti i morti il 2 novembre, si deve appunto a una tradizione inventata dai monaci di Cluny alla fine del X secolo.

Per capirlo tuttavia dobbiamo fare un passo indietro a un altro periodo di enorme cambiamento per lo spazio mediterraneo e per l’Europa tutta, quello che segnò la tarda antichità e il diffondersi capillare della religione cristiana.
Come già accennato in diverse altra puntate di Historycast la diffusione del cristianesimo comportò un lungo e intenso processo di distruzione di memorie passate, legate al paganesimo, e la contemporanea costruzione di nuove memorie, fondate appunto su altri valori.
Una novità evidente nella credenza cristiana rispetto al passato è il grande valore dato alla morte come momento di passaggio a una vita migliore, più vicina alla divinità. Inizialmente si celebrò il dies natalis, ossia il giorno della vera nascita, solo per la data di morte dei martiri.
Costoro, per definizione, erano morti in stato di santità e quindi la loro dipartita coincideva in effetti con la loro autentica nascita alla destra del Signore.
A poco a poco, col termine delle persecuzioni, il concetto venne esteso ai personaggi non martiri riconosciuti come santi per le loro virtù esemplari e per i miracoli compiuti in vita e dopo. Anche il loro dies natalis meritava memoria: nacquero così i calendari in cui si annotavano non solo le feste più importanti e comuni a tutta l’ecclesia, ma anche i dies natalis dei diversi santi; calendari che nei primi secoli ricordavano solo alcuni santi. 

Nei secoli successivi si fecerto sempre più affollati, fino a quelli che sono in uso ancora oggi.

Contemporaneamente si diffuse l’uso di seppellire i propri morti vicino alle chiese in appositi cimiteri. Già nei primi secoli dell’affermazione del Cristianesimo, proprio per il nuovo forte legame avvertito tra vivi e morti e mediato da ecclesiastici e monaci, i luoghi di sepoltura si posizionarono attorno alle chiese.

Mentre nei primi secoli, seguendo la legislazione romana, i martiri venivano sepolti fuori dalle mura delle città, in seguito prevalse l’uso della sepoltura vicino a una chiesa, soprattutto per i personaggi di rilievo. Così come in vita il personaggio si distingueva per la sua presenza in uno spazio privilegiato, così dopo la morte doveva riposare in luogo sacro.

La presenza vicino alla chiesa, inoltre, garantiva anche la vicinanza della preghiera liturgica, e quindi un passaporto per il Regno dei Cieli.

La memoria dei morti si localizzava così in ambiti spaziali definiti e vicini alle singole comunità, che venivano protette dai propri morti, più o meno santi, conservati in sarcofagi o in reliquiari.
«Gli avi seppelliti nel cimitero» dice lo storico Amedeo de Vincentiis «rappresentavano l’autorità e la norma, ispiravano le azioni dei vivi, presiedevano a una fitta rete di scambi simbolici e materiali, attribuivano solennità e affidabilità a sentenze, accordi, giuramenti».

In questo contesto le famiglie nobili cominciarono a sentire il bisogno di far ricordare i propri morti da intermediari in grado di garantire loro la giusta misura di preghiere, i monaci. I quali cominciarono a redigere necrologi, ossia i libri con i nomi dei defunti scritti accanto alla data. Attenzione, al solo giorno e mese, non all’anno, perché quel giorno si trasformava col calamo degli scribi da evento singolo a rito ricorrente, da celebrarsi ogni anno.

Com’è facile capire presto vennero a mancare le pergamene necessarie a ricordare tutti i defunti, ed era difficile, veramente complicato, scegliere chi fosse meritevole di ricordo. Il Liber memorialis del monastero femminile di Remiremont in Lorena, conta 71 carte e 11.500 nomi da celebrare, scritti a partire dalla metà del IX secolo e aggiornati fino al XII da 58 mani diverse.

A questo punto si manifestò la geniale inventiva dei monaci di Cluny.
Intorno al 1030 l’abate Odilone fissò una nuova celebrazione liturgica universale, stabilendo per il 2 novembre di ogni anno la commemorazione di tutti i fedeli defunti, senza distinzione di rango.
Per far funzionare la nuova festa egli sfruttò il prestigio di un’altra celebrazione già radicata nella memoria liturgica cristiana, quella del ricordo di tutti i santi del 1° novembre, che a sua volta probabilmente aveva sostituito le feste pagane che celebravano la fine dell’estate, che fossero la celebrazione romana di Pomona – dea dei frutti e dei semi – o quella dei morti chiamata Parentalia, o la festa celtica di Samhain, oggi Halloween, Ognissanti.
La celebrazione dei morti del 2 novembre ebbe un successo immediato e generale, segno che l’invenzione di questa tradizione andava a incontrare un bisogno diffuso e capillare, quello di mantenere la memoria dei propri cari nell’eternità.

Da Historycast www.historycast.org

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